andreabatilla
Aug 9
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Contrariamente ai suoi colleghi Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto, Issey Miyake era interessato all’aspetto utilitaristico dell’abbigliamento e al dialogo tra corpo e quotidianità. A Miyake interessava intervenire sui processi di industrializzazione per piegarli al suo volere e estrarre bellezza in luoghi in cui normalmente nessuno l’avrebbe cercata. Il suo famosissimo plissè per esempio non è altro che un leggerissimo poliestere fuso attraverso un processo di piegatura industriale che, contrariamente alla plissettatura manuale tipica dell’alta moda, non ha bisogno di alcuna manutenzione. È quindi un modo molto poco costoso e veloce per ottenere un effetto ricchissimo e durevole. La parte interessante del lavoro di Miyake non è il risultasto estetico ma il metodo per arrivare ad un prodotto straordinariamente normale. In questo si avvicina molto di più alle sperimentazioni tessili di Miuccia Prada che agli intellettualismi ascetici di Comme des Garçons. Di sicuro Miyake, famoso per il profumo superstar L’eau d’Issey, è un designer poco conosciuto e poco studiato proprio perché non esiste nessuna narrazione romantica del suo lavoro, essendosi sempre lui opposto a questo tipo di suggestioni e avendo anche deciso di cedere lo scettro creativo del suo marchio già a metà degli anni ‘90 a dei validi assistenti. L’unica mostra che ripercorre la storia del marchio ə stata fatta a Tokyo nel 2016 ma non ha mai lasciato l’isola. Forse ora che è morto musei e scuole si prenderanno il tempo per ricomporre una carriera straordinaria fatta di opere che riuscivano a trovare nel gesto quotidiano del vestire una ricchezza fatta di semplificazione sottrattiva invece che di esagerazione narcisistica.
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