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Di fronte ad una stampa animalier, che sia leopardo, zebra o serpente, si manifestano in genere due tipi di reazioni: il disgusto o l’attrazione. Le animal print sembrano avere un magnetismo, un potere magico che trasporta gli abiti in una dimensione di audace femminilità o di insostenibile cattivo gusto. Le ragioni di questi sommovimenti tellurici sono poco note. In principio, almeno fino agli anni ‘40, il colonialismo trasformava senza problemi ghepardi, scimmie o zebre in elegantissimi cappottini invernali ricordando al mondo che il lusso è qualcosa che si guadagna a spese degli altri. Da Dior in poi l’idea di ricchezza esotica viene spostata anche sugli abiti da sera attraverso le stampe ma contemporaneamente viene creata un non troppo sottile parallelo tra femminilità e animalità. La nascente industria del porno (da Betty Page in poi) associa il selvaggio mondo della giungla con il selvaggio mondo del sesso, trasportando l’animalier nel regno dei sogni proibiti e poi dei cinema a luci rosse. Così, mentre una gardenia stampata rimane indice di romanticismo, le macchie del leopardo promettono notti infuocate. La radice colonialista viene persa, sostituita da un focoso immaginario erotico che ancora oggi resiste. Nel frattempo però l’animalier entra nel campo del cattivo gusto perché esce dall’accettabilità sociale dei tempi di Dior e diventa un elemento scottante, difficile da maneggiare. Per quanto si possa pensare che il simbolismo animale abbia una qualche valenza realmente evocativa, in realtà le strisce delle zebre ci ricordano solo che la sessualità femminile è stata ed è ancora un affare di mercato e che vestirsi da zebra richiama un uso storicamente mercificatorio del parallelo donna-animale. Quando fatto in maniera incosciente.
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