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Questa non è una vera biografia di Marilyn. È in realtà un romanzo in cui Joyce Carol Oates si prende la libertà di piegare la realtà, usando l’artificio narrativo per renderla più credibile. Alla fine delle quasi 1.100 pagine però si trova qualcosa di veramente prezioso: una sensazione di sincera vicinanza non alla Monroe ma a Norma Jean Baker, orfana di padre, con una madre schizofrenica, con padri affidatari che la desideravano, con un enorme appetito sessuale e una fama esplosiva che l’avrebbe portata ad essere una delle donne più famose della storia. Tra le pagine del libro emergono centinaia di frammenti di una personalità complessa, difficile da decifrare, potentissima e patologicamente fragilissima, molto amata e molto lasciata sola. E l’autrice non ci porta ad una vera sintesi, non ci accompagna verso una verità assoluta, pur regalandoci la profondità dell’introspezione, non ci fa mai avvicinare realmente alla comprensione del senso della sua vita. Tranne forse nell’atto finale, la sua morte, in cui Oates ci offre una chiave interpretativa che nel libro era rimasta poco visibile. La vita di Marilyn è stata scritta da uomini e queste centinaia di straordinarie pagine sono il tentativo di una donna di riportare il corpo più desiderato del mondo nel campo del femminile, in un campo usato, calpestato e ucciso per tantissimo tempo. Questo è un libro fortemente femminista, un libro in cui ci sono decine di uomini e pochissime donne che combattono senza fermarsi. Una metafora gigantesca e brutale della realtà, un meraviglioso modo per raccontare la Bionda non come un’eroina ma come un esempio.
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