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In anteprima! Buona domenica, #iodonna Oh Cara • Fuori, tanti alberi e i toni caldi della campagna padana d’autunno. Dentro, colori tenui, luminosi, corridoi ampi, una mostra con le foto sorridenti delle donne che ce l’hanno fatta: capelli folti, sguardo limpido. Un ospedale non è mai un luogo piacevole. Ma qui l’umanità in transito sembra meno dolente. I figli di mezza età sostengono il braccio dei genitori incerti, le donne col turbante hanno un’aria di operosa efficienza. Gli appuntamenti sono scanditi nei limiti della ragionevolezza, le code limitate, i malati sembrano realisticamente fiduciosi. Fragili, ma non abbandonati ai loro incubi. Ma soprattutto: sono tutti gentilissimi. Quasi una gentilezza eletta a sistema, come fosse un punto imprescindibile del protocollo di cura. Che passa anche attraverso il linguaggio. “Caro”, “cara” sono le parole più usate.“Venga cara, facciamo il prelievo”,“Bene caro, ti trovo proprio bene”. Una parola antica, semplice, affettuosa, persino un po’ magica. Non sono un numero, e nemmeno solo un corpo ammalorato da riparare. Sono un paziente, soffro dentro e fuori. Ma qualcuno si sta prendendo cura di me. E lo fa con dolcezza. Incontro un amico, anche lui ad accompagnare la mamma. Passo all’edicola a prendere il Corriere. Davanti a me una paziente con la mascherina paga e prende il resto. “Grazie caro”, mormora all’edicolante. È ufficiale. Il “caro” è contagioso. E forse cura anche un po’. Illustrazione @cinziazenocchini
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